L’uomo sogna di volare

La prima volta che ho messo piede su un aereo avevo 18 anni. Gita scolastica col quinto F, destinazione Lisbona. I pochi che avevano già provato l’ebbrezza dell’alta quota, nel disarmonico, spropositato, eccessivo microcosmo adolescenziale, erano stati eletti a guru, manco fossero Licia Colò, gli altri in bilico tra trepidazione e fermento gioioso si limitavano a collezionare consigli, fake news, citare Final destination e ironizzare sul nome della compagnia di bandiera portoghese, la TAP, ipotizzando si trattasse dell’acronimo di TantoAtterraPrima.

Fu in quel giorno di maggio di enne anni fa che mi innamorai delle nuvole, della vista della terra da un oblò, della libertà del volo. Mi sentii in pace, mi capita ancora adesso che di aerei ne ho presi un bel po’.

Durante i viaggi con le amiche, in solitudine o in coppia mi capitava spesso di incontrare genitori gitani sorridenti e disordinati, bellissimi e liberi coi figli nei passeggini luridi e ammaccati dalle stive e dai nastri. Sapevano di vita e di cose che a farle ne vale la pena.

Pure io sarò così, la mia famiglia sarà così. 

Memore della promessa a me stessa avevo organizzato per agosto un viaggio in Danimarca. Poche ore di volo, pochi giorni. Un buon rodaggio, un bel battesimo. Destino o chi per lui ha deciso che no, non saremmo potuti partire. Il rammarico, lo ammetto, mi ha annebbiata per un po’, poi l’USI è partito per Verona ed io, sconsiderata e pazza l’ho raggiunto per un week end, col pupo al seguito. Senza aiuti. Cioè da sola, capite. Da s-o-l-a.

Avevo bisogno di dimostrare a me stessa che la maternità non mi ha cambiata, che con Andrea è, sì, tutto più complicato ma pure tutto più bello. Avevo bisogno di mantenere la promessa. E poi avevo bisogno di volare.

L’ho vestito dormiente, tutto sommato è stato facile. Siamo partiti per Fiumicino all’alba, lui si è svegliato in aeroporto, ha mangiato due yogurt e passato l’attesa dell’imbarco macinando km tra i duty free e il cesso con me, zaino in spalla e occhio vigile sul passeggino parcheggiato a 100 mt di distanza, che sognavo una pausa caffè.

Ho ricevuto molti  aiuti da chiunque si trovasse nel raggio di qualche metro. Non che non me l’aspettassi ma non l’avevo dato per scontato.

Il decollo è andato benone, così pure il resto del volo. Abbiamo chiuso/aperto decine di volte tapparelle e tavolinetto, visto qualche video sul cellulare, sfogliato e lanciato riviste, giocato con le macchinine. Quando, però, ho dovuto costringerlo sulle mie ginocchia, con la cintura di sicurezza stretta in vita e senza possibilità di movimento o interazione sociale, il piccolo demone dormiente che alberga in quel corpicino candido s’è svejato allietando passeggeri e personale di bordo con urla luciferine, pianti inconsolabili, singhiozzi e moine da tarantolato. Insomma, nonostante le premesse incoraggianti siamo tristemente scivolati nel clichè mamma disperata/bambino rompicoglioni.

Ad attenderci a terra, stavolta, c’era Alexander di crate matre rruscia. Sguardo di ghiaccio, viso tondo, tono austero e convenzionalmente poco incline alle conversazioni di cortesia.

A Roma non fa molto più caldo di qui eh!

28 crati.

Sì infatti, non sono poi così tant…

28 crati

Ok.

Certo che ci vuole un po’ dal centro città per arrivare in alberg…

Sta fuori.

Ok.

Verona ci ha accolto in un abbraccio romantico, l’ho trovata più bella di come la ricordassi (e pure molto più affollata).

Abbiamo iniziato la nostra visita da piazza delle Erbe, in epoca romana centro della vita politica ed economica. E’ interamente pedonale, 160 metri di pavimento in marmo, al centro troneggia la fontana di Madonna Verona, il simbolo più antico e venerato della città. Gli edifici medievali hanno nel tempo sostituto quelli di epoca romana, l’area urbana è una delle più amate del mondo. Dalla torre dei Lamberti, a nord della piazza, sopra il palazzo del Comune è possibile ammirare la città dall’alto, c’è un comodo ascensore per turisti e famiglie con passeggini luridi al seguito. La torre è alta 84 metri, di epoca medievale, costruita in tufo, mattoni e marmo, risale al 1464 e il suo completamento con il grande orologio al 1779.

In piazza Dante abbiamo scovato un’area bimbi, con tappetone verde e giochi messi a disposizione da un’associazione del territorio. Ci abbiamo passato un paio d’ore, abbiamo riso, corso, giocato, interagito e ci siamo resi conto che il turismo, così come lo conoscevamo, non esiste più. Ma va bene, benissimo così. Il modo in cui lui si diverte ripaga pienamente il nostro bisogno vacanziero di evasione e conoscenza.

La tragedia di Giulietta e Romeo, cantata per la prima volta da Luigi da Porto nel ‘500 e resa immortale dalla penna di Shakespeare, ha trovato a Verona precisi riscontri ambientali. La fantasia popolare ha mescolato leggenda e realtà, finendo col riconoscere in antiche costruzioni cittadine i luoghi teatro della vicenda: ecco così la casa di Giulietta, che la tradizione ubica in Via Cappello. E’ un edificio medievale, risale al XIII secolo e ospita un museo con arredi e riproduzioni di abiti dell’epoca, compresi quelli usati per il film di Zeffirelli del 1968. Nel costo del biglietto (6 euro, mi pare) è compresa l’affacciata sul celebre balcone, gratuita, invece, la tastata della tetta della (povera) statua di Giulietta, assediata dai turisti, posta al centro del cortile. Se, infine, siete tipi da lucchetto mocciano, potrete suggellare il vostro amore scribacchiando sui pannelli posti all’entrata del palazzo i vostri nomi o le vostre promesse d’amore eterno. E sperate in un finale diverso.

Per chi, come me, vede tutti i giorni il Colosseo, l’Arena, simbolo indiscusso della città e sede di eventi, concerti e proposte di matrimonio social potrebbe, perdonate il qualunquismo d’una romana romanocentrica, apparire un po’ deludente ma è comunque  l’anfiteatro antico con il miglior grado di conservazione e piazza Bra con i suoi edifici rinascimentali vale da sola l’intero viaggio.

Castelvecchio, infine. Fatto erigere attorno alla metà del XIV secolo dal principe Cangrande II della Scala, dopo l’Arena è il più grandioso ed imponente monumento della città. Originariamente denominato Castello di San Martino in Aquaro, fu concepito come roccaforte. Oggi ospita il museo civico.

Abbiamo terminato la nostra visita con una passeggiata sul ponte Scagliero, definito un arco di trionfo su una via d’acqua. Se non soffrite di vertigini e siete dotati di un buon equilibrio potrete arrampicarvi sugli scaloni delle arcate e godere della vista dell’Adige dall’alto.

Il viaggio di ritorno, per intercessione della dea delle madri che ha fatto piombare Andrea in un sonno placido e profondo di un’ora e mezzo, è stato inaspettatamente tranquillo, meno faticoso, quasi piacevole. Si è portato dietro un po’ di nostalgia (sopratutto per il papi, rimasto nelle lande venete a lavura’) ma anche quel meraviglioso senso di onnipotenza da eroina contemporanea. Ce l’avevo fatta. Ho mantenuto la promessa a me stessa e non vedo l’ora, pensate un po’, di farlo di nuovo.

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Amor che nullo amato amar perdona

Mia madre mi ha avuta a 23 anni, dopo 10 mesi di tentativi e (questa roba pensatempo’ non ve l’ho mai raccontata nonostante la mia storia di infertilità si prestasse a questo orribile dèja vù) una diagnosi nefasta: tube chiuse. Trenta e non infierite plis anni fa, in un paese di poche anime nell’entroterra laziale pecoreccio, isolato e col medico di base ginecologo ad interim, di PMA non si sapeva niente. Un concetto nebuloso, lontano, avveniristico e fantascientifico, come la realtà di Minority report.

Nacqui per miracolo (o per un errore nella diagnosi ma ai miei piacciono le favole), nacqui per caparbietà ed è così che vivo. Cocciuta, antipatica capatosta (cit. del mio capo, capite come sto messa).

Sono stata fortemente desiderata, insomma. Certo, a parità di meriti me li avessero dati a me 10 mesi solo 10 mesi di attesa, sai che pacchia, ma il desiderio di un ventre vuoto arde allo stesso modo, sempre. Annulla il tempo, ti assale alla gola, non te lo scordi più, pure se resta insoddisfatto per poco, come capitò a mia madre.

Ed è forse per questo che rimasi, lo ricordo bene, un po’ di stucco quando lei mi confessò che sì, da piccola mi amava ma mica tanto quanto ora. 

Sì perché io credevo che l’amore di una mamma fosse sempre uguale, sempre immenso ma stabile, fermo, costante. Invece no. Invece cresce. Tutti i giorni. Cresce così tanto e in modo così veloce che ti senti quasi in colpa per aver amato tuo figlio così poco, così superficialmente, banalmente, sommariamente un anno fa rispetto a ieri, ieri rispetto a oggi, un’ora fa rispetto a questo preciso momento, mentre ti dorme addosso, ti respira in faccia e sorride, tronfio.

Era questo, credo, che intendeva mia madre.

Questa mattina per la prima volta in tanto tempo l’ho lasciato urlante, le braccia tese verso una donna in tailleur che fissava l’orologio con ansia e rammarico e pensava di non valere un fico d’india e che si fotta l’emancipazione femminile lo sapevo che c’era l’inculata.

Poi m’è passata, suffragette del mio cuore. Ma non so (e non ho manco il coraggio di scoprirlo) se è passata anche a lui che adesso, magari davanti la tivvù perché vabbè la Montessori ma una deve pure soppravvive, penserà che Orso sia sua madre e Masha sua sorella.

Dovrò farci il callo, lo so. Perché io e lui siamo due persone diverse, perché è sano e giusto così e perché, diavolo, chi la vuole la mamma che singhiozza all’aeroporto mentre parti per l’Erasmus?

Dovrò farci il callo perché sennò quell’amore esponenziale potrebbe sommergerci anziché stimolarci, migliorarci e renderci individui unici, autonomi e, cosa più importante di tutte, felici.

Pochi grammi di coraggio

Eravamo rimasti a me.
Me caparbia e melanconica e muta e col lacrimotto in pole position che mi chiudevo alle spalle una porta a vetri con un logo rosso impresso sopra. Non sono mai stata brava con gli addii ma mi sono impratichita, ci sono voluti anni. Succede a tutti, credo. Non ci si abitua eh, mai. Sono fatte così le separazioni. Ti cambiano per sempre, ti cambiano sempre. E’ un continuum da cui non si scappa. Però ci si impratichisce, dicevo.

Io per esempio ho imparato a darmi tempo, a non pensare a cosa perdo ma a quello che troverò. Ho imparato che il destino è come il navigatore, ricalcola sempre il percorso, attraverso tante strade diverse (quasi tutte impraticabili, all’inizio) ti riporta esattamente dove dovresti essere.

La mia destinazione, è evidente, era questo palazzo. Ancora, di nuovo. Col metal detector, il dress code e il bagno in fondo al corridoio dove ho scoperto di essere incinta. In un certo senso è stato come tornare a casa. Con un’altra veste, in un altro ruolo e, soprattutto, con un’altra società. Impomatata, austera, puntigliosa e che, per fortuna o purtroppo, della gestione famigliare, intima e calda del mio vecchio capo illuminato ha poco. Forse niente.

In mezzo tre settimane.

Intere, con lui. Che ha imparato ad abbracciarmi stretta, calciare il super tele, riconoscere il mare, usare secchiello, paletta e rastrello, schifare la ciambella, fare lo scivolo, dire c’è, saltare sul lettino dello stabilimento ridendo senza pudore con la fidanzata abbruzzese, malavitosa sua pari.

Del tempo lento, addormentato, per certi versi noioso e improduttivo delle vecchie vacanze marittime senza prole non è rimasto niente. Ma il tempo vacanziero è sempre sospeso, perso e godurioso.

Nei lunghi anni di ricerca ho affidato spesso al mare i miei pensieri, quelli speranzosi e cupi. Ero rincorsa e spesso preda di una solitudine asfissiante, per questo ora quest’orizzonte così pieno non mi fa paura.

E se la sua mano che mi cerca in riva al mare era la mia destinazione, in fondo sticazzi dei km persi, dei tornanti, delle buche, delle frane.

Il destino ricalcola sempre il percorso se tu continui a camminare.

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And I ride, and I ride

Se avessi a disposizione una parola, una soltanto, se in questa frenesia comunicativa bulimica e malsana avessi una sola scelta, una sola possibilità per descrivermi io sceglierei consapevole.

Che non è saggia, non responsabile, giammai onniscente eletta. 

Sono spesso insicura, ho sguazzato annaspando in un mare di maschere e personalità, ho cercato per anni di essere giusta per gli altri prima di capire che, guardanpo’, dovevo essere giusta per me, per me soltanto ma sono sempre stata cosciente. Di tutto. Persino dell’incoscienza.

Certe volte sono consapevole di non essere consapevole e Socrate muto.

Prendiamo la mia infertilità, per esempio. Ero consapevole del mio corpo, delle sue imperfezioni. Prima delle diagnosi, prima della FIVET.

Prendiamo il mio lavoro. Sono consapevole che il cambiamento è auspicabile e ancor più necessario, quasi vitale. So che prima o poi accade e basta. Che tu sia pronta o meno, che sia voluto o capiti. Le cose mutano, le idee circolano, le occasioni si sfruttano, le circostanze impongono. Nonostante tutto. Nonostante la stima e l’affetto di colleghi insostituibili, nonostante un capo illuminato, brillante (e anticlericale), nonostante un impegno profuso e sempre riconosciuto, le sfide belle, le responsabilità, l’adrenalina, la soddisfazione.

Quasi quattro anni fa mi hanno chiuso una porta in faccia. Non me lo meritavo. Perché il cavallo di razza ero io, perché ero brillante, responsabile, caparbia. Ma ero grezza. E’ stata la prima volta in cui la mia consapevolezza ha vacillato. Per me quella era la fine, la fine e basta. In realtà era solo una fine. Era la crepa sul tetto di cristallo che mi ero costruita. Ma io non la vedevo.

Il 13 febbraio del 2015 a Trastevere pioveva e io in quel colloquio avevo riposto poche speranze. Sono passati tre anni e mezzo, il tetto di cristallo non esiste più, e io, beh, non sono un’altra, no. Sono io. Un diamante purissimo e infrangibile venuto fuori con fatica, sudore, lacrime e sangue.

Tre anni e mezzo fa quel capo illuminato mi ha scelta. Poi ha fatto di più. Mi ha sfidata, messa alla prova. Si è fidato di me, di quel potenziale ancora inespresso e, chissà, forse per l’inconscia reazione dei neuroni specchio è successo che pure io, persino io ho iniziato a fidarmi di me.

Quello che ho trovato in fondo a quella confusione esistenziale mi è piaciuto così tanto che ho iniziato una storia d’amore con me stessa. Tutto, da quel momento in poi, è andato bene. 

Ed è per questo, soprattutto, che nonostante io sia perfettamente consapevole di aver fatto una scelta giusta, ancor più necessaria, quasi vitale, chiudermi alle spalle la porta a vetri di questo ufficio per iniziare un nuovo cammino sarà difficile, a tratti persino doloroso.

Nato sotto il segno dei pesci

Il mio esordio negli sport acquatici è stato tardivo, inadeguato, traumatico. Avevo dodici anni e l’unica attività praticata fino ad allora era stata la danza con la sua interminabile sequela di eccinque essei essette eotto.

Così, insieme ad amica, mi iscrissi ad un corso di nuoto con tanti cari saluti al portafoglio dei miei genitori in un’epoca in cui non esisteva Decathlon ma la pratica dello sport era l’irrinunciabile status simbol della nuova borghesia.

Iniziai col tubo testa-spalle-ginocchia-piedi, poi con la tavoletta. Quando riuscii a muovermi senza supporto in acque più alte della mia statura faticai tanto da rimpiangere tutù, chignon e coroncine.

Durò per due lunghissimi, frustranti anni durante i quali imparai il dorso senza mai riuscire a correggere la mia personalissima traiettoria obliqua, abbozzai uno stile senza capire come non soffocare e quando mi resi conto che in caso di naufragio non sarei annegata, quantomeno non subito, mollai gli ormeggi e tornai a fare cose consone alle mia doti, aspirazioni, necessità.

Come le fettuccine.

A nuoto sono ancora una pippa. Ma pippa pippa. Così pippa che USI e sorelle mi perculano peggio che per come parcheggio eppure da due settimane a questa parte imposto la sveglia alle sette e mezzo di sabato mattina, ho scovato in cantina il costume Arena anni ’90, un borsone e un paio di cuffie e in quell’ambiente surriscaldato, umidiccio e ostile partecipo con Andrea alle lezioni di baby nuoto.

Lui è sereno, a suo agio, sorride e sgambetta io fatico tanto da rimpiangere tutù, chignon e coroncine ma un figlio cambia le tue aspirazioni, le tue priorità. Le doti, beh no. A nuoto sarò sempre una schiappa, ora sono una schiappa felice.

Jpeg

Primo

Sei nato nel mio cuore più o meno quattro anni prima che nascessi nella mia pancia. Sei nato nei miei pensieri, nelle mie speranze. Nei sogni, soprattutto.

E di sogno saprai sempre, per me. Ne avrai l’odore, il sapore, la consistenza. Mi lascerai sempre addosso la meravigliosa sensazione del fantastico, la scia luccicante che resta nel dormiveglia. Scenderai sempre con grazia e prepotenza nei miei respiri, nei battiti.

Sei stato la mia sfida più grande, sei la vittoria più bella. Sei l’impossibile che poi, guarda un po’, si palesa, si tocca. Si vive.

Auguri, cuore mio. A quello che sei, a quello che sono diventata io, solo grazie a te.

 

 

I grilli per la testa e lo Zecchino d’oro

Nove mattine su dieci mi sveglio con in testa una canzoncina dello Zecchino d’oro (e iiiio che sono Carletto, l’ho faatta nel leetto, l’ho faatta nel leetto!) una smisurata voglia di cioccolata, pochissima di vivere.

Quando riesco a dormire per più di quattro o cinque ore di fila, sei o sette in tutto, la situazione è grave ma non disperata. Dopo il secondo caffè potrei addirittura abbozzare un sorriso, fingere uno stadio di vigilanza socievolmente accettabile, ignorare il torpore degli arti e la nebbia cerebrale.

Quando invece Andrea si sveglia più spesso, concedendomi al massimo quattro o cinque ore totali di riposo brutalmente maltrattato ad alzarsi, lavarsi, vestirsi e uscire per andare a lavorare non sono io. E’ la mia ombra.

Mi somiglia molto, lavora per tenermi in vita evitando, per esempio, che per disattenzione io finisca sotto i binari della , svolge meccanicamente ma non troppo meticolosamente i compiti che mi vengono assegnati.

Funziona così da undici mesi.

E’ questo uno dei motivi per cui tentenno davanti alla possibilità di un secondo transfert.

L’altro sono i soldi, in particolare le finanze a lungo termine, legate a doppio filo alla possibilità che una seconda eventuale gravidanza non mi venga perdonata e che possa perdere il lavoro. Perché per quanto la mia azienda sia a misura d’uomo, per quanto piena di splendide donne, mamme, lavoratrici indefesse che conciliano con gran fatica e molta modestia lavoro e famiglia, siamo in Italia e queste cose, semplicemente, succedono.

Stamattina ero leggermente in anticipo, l’ho fissato per un po’ più di tempo mentre dormiva. Di fronte a tanta perfezione qualche barriera mentale è caduta. Dopotutto è quasi un dovere per me, che mi sono sentita un ramo secco per così tanto tempo, sfruttare l’enorme possibilità di dare la vita, ancora.