Primo

Sei nato nel mio cuore più o meno quattro anni prima che nascessi nella mia pancia. Sei nato nei miei pensieri, nelle mie speranze. Nei sogni, soprattutto.

E di sogno saprai sempre, per me. Ne avrai l’odore, il sapore, la consistenza. Mi lascerai sempre addosso la meravigliosa sensazione del fantastico, la scia luccicante che resta nel dormiveglia. Scenderai sempre con grazia e prepotenza nei miei respiri, nei battiti.

Sei stato la mia sfida più grande, sei la vittoria più bella. Sei l’impossibile che poi, guarda un po’, si palesa, si tocca. Si vive.

Auguri, cuore mio. A quello che sei, a quello che sono diventata io, solo grazie a te.

 

 

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I grilli per la testa e lo Zecchino d’oro

Nove mattine su dieci mi sveglio con in testa una canzoncina dello Zecchino d’oro (e iiiio che sono Carletto, l’ho faatta nel leetto, l’ho faatta nel leetto!) una smisurata voglia di cioccolata, pochissima di vivere.

Quando riesco a dormire per più di quattro o cinque ore di fila, sei o sette in tutto, la situazione è grave ma non disperata. Dopo il secondo caffè potrei addirittura abbozzare un sorriso, fingere uno stadio di vigilanza socievolmente accettabile, ignorare il torpore degli arti e la nebbia cerebrale.

Quando invece Andrea si sveglia più spesso, concedendomi al massimo quattro o cinque ore totali di riposo brutalmente maltrattato ad alzarsi, lavarsi, vestirsi e uscire per andare a lavorare non sono io. E’ la mia ombra.

Mi somiglia molto, lavora per tenermi in vita evitando, per esempio, che per disattenzione io finisca sotto i binari della , svolge meccanicamente ma non troppo meticolosamente i compiti che mi vengono assegnati.

Funziona così da undici mesi.

E’ questo uno dei motivi per cui tentenno davanti alla possibilità di un secondo transfert.

L’altro sono i soldi, in particolare le finanze a lungo termine, legate a doppio filo alla possibilità che una seconda eventuale gravidanza non mi venga perdonata e che possa perdere il lavoro. Perché per quanto la mia azienda sia a misura d’uomo, per quanto piena di splendide donne, mamme, lavoratrici indefesse che conciliano con gran fatica e molta modestia lavoro e famiglia, siamo in Italia e queste cose, semplicemente, succedono.

Stamattina ero leggermente in anticipo, l’ho fissato per un po’ più di tempo mentre dormiva. Di fronte a tanta perfezione qualche barriera mentale è caduta. Dopotutto è quasi un dovere per me, che mi sono sentita un ramo secco per così tanto tempo, sfruttare l’enorme possibilità di dare la vita, ancora.

 

 

Un marine in reggicalze

L’eroina e la carciofara

Io e la mia carriera ci siamo scambiate un segno di pace. Dopo otto mesi dal mio traballante rientro dalla maternità ho smesso di racimolare briciole e collezionare frustrazioni e sono stata assegnata a un progetto più importante del precedente e con maggiori responsabilità.

Che questo attestato di stima sia arrivato nella fase disturbi del sonno e ipercinesi con conseguente stress da ipervigilanza e sorci verdi non ha importanza.

O forse no.

Perché come avviene sempre in questi casi oscillo tra deliri di onnipotenza da eroina contemporanea e certezze di fallimento da piccola fiammiferaia.

Ce la posso fare. Ho le risorse, le energie, le capacità e la proverbiale caparbietà di un mulo da soma.

Non ce la posso fare. Non ce l’avrei fatta comunque. Figuriamoci adesso, con cinque (quando va bene) ore di sonno all’attivo e altrettante ore di maratone ricurve giornaliere, ombra di un moschettiere sgambettante.

Collega Enne, mai avara di complimenti, mi ha definita un marine in reggicalze. Forse così appaio, magari è quel che sono davvero, al momento, però, mi sento più una carciofara. 

Il tigrotto e la punk

Questo lungo limbo mi ha costretta a molte sfide ma non ho mai avvertito l’impellenza di dover dimostrare di essere la stessa di prima e non perché non sia cambiata, anzi. A conti fatti, però, che la maternità ci metta o meno lo zampino poco importa, nessuno è immune al cambiamento, nessuno può mai dirsi sempre uguale a se stesso. La metamorfosi è costante, inevitabile, spesso benevola e insindacabile.

Parlo ancora di sesso e amore, rossetti, scarpe e capelli, fitness, vacanze e soldi con amici colleghi e parenti. E poi spammo le foto di Andrea vestito da tigrotto perché la maternità non cambia il tuo concetto di divertimento, lo amplia (e poi perché, diavolo, conciato così era proprio adorabile).

Vesto in tacco 12 solo nelle intenzioni. La comodità è l’unico imperativo perseguibile e mentre cumuli di scarpe da femme fatale ammuffiscono in scatole logore nell’attesa di un riscatto, io mi adeguo e acquisto tronchetti borchiati, stringate con zip, mocassini lucidi con frange perché sono una mamma, sì, ma sono pure un cazzo di marine e da qualche parte quest’aggressività deve pur trovare adeguata rappresentazione.

Mi impongo di non esagerare, come già accaduto in passato durante quello che definiremo il lungo periodo dei pois. Se non altro per zittire collega Esse oramai convinto che dietro quella candida aria da Charlotte York si celi una punkettona dark avvezza a giochetti sadomaso.

Porthos e Aramis

Athos, il mio nobile moschettiere coraggioso, sta per compiere undici mesi. E il tempo mi sfugge dalle mani, è l’orologio liquefatto del quadro di Dalì. Nei miei ricordi Andrea è nato ieri, eppure ieri è lontanissimo. Dicono sia questo che si prova quando si vive. Quando si vive e basta, intendo. Senza attese e tempi morti, senza vuoti, senza dolore.

Di vivere così non voglio smettere. Sarà per questo che un pensiero lontano, una speranza sottile, un’intenzione non meglio collocata nello spazio e nel tempo, sta prendendo forma, sta diventando desiderio poi progetto poi pianificazione e azione.

Sto parlando di loro due. Degli altri due.

Porthos, Aramis.

Potenziale di vita nel regno di ghiaccio.

Durante la visita di routine di settembre scorso, D’Artagnan si è detto pronto. Anche il mio corpo, a quanto emerso, lo è.

Manco solo io.

Che oscillo tra l’eroina e la carciofara.

 

 

Numeri e fivette

Sono un’appassionata di fotografia con l’ambizione di diventare qualcosa di meglio di una che sa cosa fare quando un turista le chiede di scattargli un ricordo. Non ho mai decentrato un soggetto, messo in secondo piano un monumento ne mozzato teste. Qualche volta ho osato un po’ di più. Prima di Andrea ci sono stati scatti facili in luoghi meravigliosi, scatti fortunati, scatti accademici e qualcuno bello, bello e basta. Sono finiti su Flickr e su una cornice digitale che con buonapace dell’ora di riposo che mi ero ripromessa di concedermi ho deciso, qualche giorno fa, di sistemare.

Mi è passato davanti un bel pezzo di vita. La parte vissuta in sospeso, nell’attesa snervante di un test positivo, tra un ciclo ormonale e l’altro, tra uno spermiogramma e un’operazione. La parte buia e traballante. Quella che, però, mi ha reso la persona che sono. Migliore, più forte, più io.

Mentre selezionavo quelle immagini bellissime e (spesso) sofferte mi sono resa conto di aver fatto tanto dentro quel pozzo oscuro e stagnante in cui era finita la mia quotidianità. Ho esorcizzato le mie paure scrivendo, scattando e per quanto possibile, viaggiando.

Faccio molto meno cose, ora. Ho molto meno tempo (per fortuna!) e anche meno estro perché, che piaccia o no, è vero quel che si dice riguardo la sofferenza e la creatività. Quando sei nella merda vivi male ma rendi meglio. La tristezza è uno stimolo per artisti, scrittori e cantastorie come me.

Quello che non ho mai smesso di fare è sostenere, diffondere, divulgare la mia storia e quella di tutte le meravigliose ricercatrici che l’hanno vissuta con me.

Era il terzo pt ed io ero confinata tra le 4 mura bianche della mia camera da letto, in un giugno caldo carico di incertezze e speranze, quando Anna mi chiese di scrivere ancora. Risposi all’appello da bravo soldato e con sincero entusiasmo. Quelle due pagine di word sono ora parte di un libro (un libro, cioè!) che lei e la sua compare Nicole hanno avuto il coraggio, la forza e la tenacia di pubblicare. Si chiama Do i numeri perché cerco te. Storie vere di procreazione assistita, infertilità, maternità e amore ed è zeppo di belle speranze, vicinanza, affetto e, soprattutto, condivisione. Perché l’infertilità è spesso sinonimo di solitudine e un’esperienza condivisa ha l’effetto salvifico e rassicurante di un ciclo intero di psicanalisi co’ uno bravo.

Poi c’è SiRvia, nata bimba o bottiglia di vino, di sicuro non assorbente. SiRvia, la sua pazza gioia di vivere e i nostri pigiami su Uazzap. La sua compagna d’avventura si chiama Simona e disegna cose. Cose bellissime. In mezzo a queste cose c’è caduta una cicogna. Non nidifica sui tetti e non porta bimbi belli e fatti in enormi fazzoletti. Ce li ha nella provetta. Hanno la forma dei sogni, sanno di zucchero filato e cose impossibili, come gli asini che volano. SiRvia e Simona hanno creato una favola illustrata. La favola di chi nasce in FIVET. La favola che io racconterò ad Athos, il mio miracolo di scienza, il mio granello di mondo e felicità. La campagna di crowfunding che finanzierà la stampa di questa fiaba postmoderna scadrà a fine anno (e sì, io me ne potevo pure ricorda’ prima di sponsorizzarla qua ma vabbè) quindi affrettatevi, gente!

Potete assaggiare la meraviglia qui.

Ho sposato il credo della condivisione da quando il mio vecchio blog mi ha fornito gli strumenti pratici e il bagaglio sentimentale ed esperienziale necessario ad affrontare l’accidentato percorso della PMA. Mi sono sentita meno sola. Loro due e molte altre donne meravigliose mi hanno tenuta per mano, più o meno consapevolmente. Continuano a farlo tutti i giorni, con me e con voi che magari state ancora combattendo, sperando, aspettando. Questi libri sono speranza, magia. Augurio e dedica.

Dall’ansia di perdersi la certezza di aversi

Ho sempre desiderato essere madre. In tenera età, quando non conoscevo la meccanica della riproduzione e gli atroci dolori del parto, la maternità mi appariva semplice, meravigliosa, naturale. Un mondo ovattato al profumo di talco. Mi chiedevo quale celestiale sensazione si provasse nel passarsi sul cuore un cucciolo d’uomo fatto da tetutto tuo.

Il desiderio non si affievolì (non del tutto, almeno) neppure quando il nostro maestro di inglese delle elementari ci illustrò la cruda realtà. Accadde durante la scena di un film in lingua di cui capimmo poco, se non che mettere al mondo un figlio era doloroso, brutale, antiestetico. Io, che a manco 7 anni già procrastinavo i cattivi pensieri, mi limitai a rimandare a data da destinarsi quella paura barbara e ancestrale. “Per quando sarò grande  – dissi al mio mini alter ego di allora – avranno trovato una soluzione per non farmi provare dolore“. Piccola ottimista spregiudicata. E illusa.

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Col passare del tempo quel mondo misterioso divenne lontano. Un progetto distante seppur sempre presente . Un bisogno accantonato, sonnecchiante, recluso in un piccolo angolo della mia psiche, lo stesso dove campeggiano tutti quei sarò.

C’è stata l’adolescenza, gli amori, l’università, i viaggi, il lavoro. C’è stata tanta vita veloce e sfuggente.

Poi tutto è tornato. Prepotente.

E quel desiderio è rimasto tale per quattro, lunghissimi anni.

C’è voluta forza, pazienza, determinazione cieca e ostinata. Ci sono voluti tanti soldi, tantissimi pianti, qualche battuta d’arresto ma alla fine Andrea è arrivato. Ha percorso una strada tutta sua ed io l’ho percorsa con lui.

Non è mai stato semplice. Non mi ha risparmiato nottate in bianco, febbroni da cavallo, zuccate sul pavimento, pianti inconsolabili e corse al pronto soccorso.

Ma è stato meraviglioso.

Perché in fondo quando attraversi l’inferno e convivi con la paura di dover accettare il vuoto di un’assenza che non si è mai fatta presenza una nottata in bianco ti sembra poca cosa.

In qualche modo, insomma, il cerchio si è chiuso. La maternità non mi ha delusa. Quando lui mi dorme sul cuore io rubo un angolo di paradiso.

Viaggi di lavoro e prese di coscienza

E’ partito per la Sicilia sabato.

Stavolta non sono rimasta ad osservarlo mentre con un enorme valigione al seguito si chiudeva alle spalle il portone di casa. Al traghetto ce l’ho accompagnato io. Che è pure peggio, non so se mi spiego.

Sono un tipo pratico. Ancor più dopo anni di conoscenza, altrettanti (tutt’altro che facili) di convivenza sono consapevole che non saranno due settimane di lontananza a minare il nostro rapporto. Quel che mi impensierisce sono le incombenze quotidiane che quando lui è in trasferta, per me, raddoppiano e adesso, con Andrea, crescono in maniera esponenziale.

Sì perché, sebbene ammetterlo non sia il mio sport preferito, l’USI mi aiuta molto. Non abbiamo ruoli definiti, siamo abbastanza indipendenti, interscambiabili, ci dividiamo un carico pesante che adesso graverà solo sulle mie spalle.

Sono un tipo pratico, dicevo. Per sei giorni la settimana. La domenica no. La domenica quella presenza ingombrante, ciondolante, brontolona che girovaga per casa mi manca, terribilmente. La voce, i gesti, le parole che usa per rassicurarmi e che mi fanno da antidoto, da scudo per la settimana entrante.

Sarà stato, forse, per colmare questo vuoto che ieri, sotto una pioggia battente, ho deciso di intraprendere un viaggio, pure io. Il primo in solitaria con pupo al seguito per presenziare al compleanno della figlia di un caro ex collega. Pare una cosa facile, vi assicuro che non lo è. Soprattutto quando il cielo minaccia diluvio e tu, sola in auto, coi tuoni in lontananza, vieni investita da un enorme senso di colpa, costruisci scenari apocalittici che alimentano paure ancestrali e ti dai della cogliona per aver zittito la voce della tua coscienza che ti consigliava di restartene a casa, al caldo, sul tappetone colorato a canticchiare filastrocche.

Per fortuna il cielo alla fine ha dimostrato clemenza. E Athos pure. Ha dormito per quasi tutto il tragitto, fatto merenda in auto, elargito qualche sorriso, passato attraverso diverse braccia, fatto pure qualche strillo ma, insomma, non voglio mica la luna.

Ho rivisto colleghi sparsi su vari clienti e vecchie glorie aziendali volate verso altri lidi. Ho ciarlato un po’, sudato molto, mangiato poco e sono tornata a casa beata, ubriaca di onnipotenza. Ce l’avevo fatta.

                Ce la posso fare.

In calce due brevi considerazioni post esperienziali:
Abbiamo bisogno di un passeggino leggero
Al prossimo invito mi presento in canotta e infradito

 

Run baby, run

Stasera mi butto

Avevo il vago sentore che non tanto il pensiero positivo quanto la sua sfacciata ostentazione portasse zella. E’ un controsenso I know ma l’esperienza insegna che a pensar male si fa peccato ma, certe volte, ci si azzecca.

Non bastava il febbrone con laringospasmo in allegato, no. Giovedì scorso Athos ha pensato bene di esibirsi in un triplo carpiato, tuffandosi dal letto. La telefonata da parte di ZiaSanta, che in quel momento era intenta a cambiarlo, mi era parsa da subito sospetta. Orario insolito e premessa preoccupante Andrea sta bene, però. Io ho mantenuto la calma, finché ho potuto. Dopotutto, mi dicevo, chi di noi non è mai caduto dal letto almeno una volta nella vita? Sono tornata a casa dal lavoro, ho preteso un report dettagliato della dinamica dell’incidente, valutato l’assenza di danni visibili e comportamenti sospetti e poi niente l’ho portato al pronto soccorso perché va bene la razionalità ma porcomonno quello lì è il mio bambino!

Due ore e mezzo abbondanti di attesa in una sala gremita di piccoli uomini e grandi batteri per sentirci dire quello che fortunatamente sapevamo già: Andrea era neurologicamente sano, non aveva ecchimosi, bernoccoli, ferite. Siamo stati dimessi dopo 4h di osservazione e un mal di testa (il mio) ai confini della soglia tollerabile di dolore.

Purple haze, all in my brain 

Sul lavoro sono nota per la mia maniacale pignoleria, ai limiti dell’antipatia. Presto attenzione ai particolari, scovo refusi, spazi inappropriati, incongruenze, disallineamenti e rompo il cazzo affinché tutto rasenti la perfezione. Questo eccesso di zelo ha come inevitabile contropartita un’ostinata, totale distrazione che permea le azioni quotidiane della mia vita privata.

Complice una stanchezza fisica e mentale mai sperimentata in precedenza da qualche mese a questa parte il livello di sbadataggine si è pericolosamente innalzato, con conseguenze nefaste.

Tipo che ho preso una 600 uscendo da un parcheggio. Tipo che ieri, durante la prima sessione di shopping post gravidico, in un angusto camerino di un negozio sovraffollato, intenta com’ero a bearmi della mia immagine riflessa mentre provavo una camicetta, ho dimenticato lì dentro quella collana. Il regalo dell’USI per i miei 30 anni, il ciondolo con la corona, l’amuleto che ha accompagnato le tappe della mia ripresa, della mia rinascita. Un ninnolo di inestimabile valore affettivo.

Mi sono resa conto troppo tardi della terribile dimenticanza. A nulla è valsa la corsa al negozio, la ricerca spasmodica nel camerino e sul pavimento, le richieste imploranti alle commesse. Ho lasciato loro il mio numero di telefono e sono stata tentata di fare un pubblico annuncio pregando la ladra di restituirmi il gioiello dietro lauta ricompensa.

La perdita mi ha sconvolta tanto da aver avuto incubi. In uno venivo licenziata e, in lacrime, dicevo a mio marito è per la collana, perché l’ho persa, era il mio portafortuna!

Per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è (im)perfetta

Non ho tempo per elaborare il lutto, non ho tempo per fare il punto, riorganizzarmi e riprendermi. Questa settimana sarà piena, complessa e io vivo in modalità risparmio energetico. Non riesco a mettere in fila i pensieri e quando ci provo, per paura, smetto. Inizio a temere conseguenze ben peggiori della perdita di una collana e l’USI, oltretutto, partirà per lavoro la settimana prossima.

La prima trasferta che subiremo in tre.

La mia carriera da guru del pensiero positivo è finita prima ancora cominciasse.

Che Dio o chi per lui me la manni bona (e senza mutande, cit.).

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Una diapositiva di Tania Cagnotto maschio