And I ride, and I ride

Se avessi a disposizione una parola, una soltanto, se in questa frenesia comunicativa bulimica e malsana avessi una sola scelta, una sola possibilità per descrivermi io sceglierei consapevole.

Che non è saggia, non responsabile, giammai onniscente eletta. 

Sono spesso insicura, ho sguazzato annaspando in un mare di maschere e personalità, ho cercato per anni di essere giusta per gli altri prima di capire che, guardanpo’, dovevo essere giusta per me, per me soltanto ma sono sempre stata cosciente. Di tutto. Persino dell’incoscienza.

Certe volte sono consapevole di non essere consapevole e Socrate muto.

Prendiamo la mia infertilità, per esempio. Ero consapevole del mio corpo, delle sue imperfezioni. Prima delle diagnosi, prima della FIVET.

Prendiamo il mio lavoro. Sono consapevole che il cambiamento è auspicabile e ancor più necessario, quasi vitale. So che prima o poi accade e basta. Che tu sia pronta o meno, che sia voluto o capiti. Le cose mutano, le idee circolano, le occasioni si sfruttano, le circostanze impongono. Nonostante tutto. Nonostante la stima e l’affetto di colleghi insostituibili, nonostante un capo illuminato, brillante (e anticlericale), nonostante un impegno profuso e sempre riconosciuto, le sfide belle, le responsabilità, l’adrenalina, la soddisfazione.

Quasi quattro anni fa mi hanno chiuso una porta in faccia. Non me lo meritavo. Perché il cavallo di razza ero io, perché ero brillante, responsabile, caparbia. Ma ero grezza. E’ stata la prima volta in cui la mia consapevolezza ha vacillato. Per me quella era la fine, la fine e basta. In realtà era solo una fine. Era la crepa sul tetto di cristallo che mi ero costruita. Ma io non la vedevo.

Il 13 febbraio del 2015 a Trastevere pioveva e io in quel colloquio avevo riposto poche speranze. Sono passati tre anni e mezzo, il tetto di cristallo non esiste più, e io, beh, non sono un’altra, no. Sono io. Un diamante purissimo e infrangibile venuto fuori con fatica, sudore, lacrime e sangue.

Tre anni e mezzo fa quel capo illuminato mi ha scelta. Poi ha fatto di più. Mi ha sfidata, messa alla prova. Si è fidato di me, di quel potenziale ancora inespresso e, chissà, forse per l’inconscia reazione dei neuroni specchio è successo che pure io, persino io ho iniziato a fidarmi di me.

Quello che ho trovato in fondo a quella confusione esistenziale mi è piaciuto così tanto che ho iniziato una storia d’amore con me stessa. Tutto, da quel momento in poi, è andato bene. 

Ed è per questo, soprattutto, che nonostante io sia perfettamente consapevole di aver fatto una scelta giusta, ancor più necessaria, quasi vitale, chiudermi alle spalle la porta a vetri di questo ufficio per iniziare un nuovo cammino sarà difficile, a tratti persino doloroso.

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Nato sotto il segno dei pesci

Il mio esordio negli sport acquatici è stato tardivo, inadeguato, traumatico. Avevo dodici anni e l’unica attività praticata fino ad allora era stata la danza con la sua interminabile sequela di eccinque essei essette eotto.

Così, insieme ad amica, mi iscrissi ad un corso di nuoto con tanti cari saluti al portafoglio dei miei genitori in un’epoca in cui non esisteva Decathlon ma la pratica dello sport era l’irrinunciabile status simbol della nuova borghesia.

Iniziai col tubo testa-spalle-ginocchia-piedi, poi con la tavoletta. Quando riuscii a muovermi senza supporto in acque più alte della mia statura faticai tanto da rimpiangere tutù, chignon e coroncine.

Durò per due lunghissimi, frustranti anni durante i quali imparai il dorso senza mai riuscire a correggere la mia personalissima traiettoria obliqua, abbozzai uno stile senza capire come non soffocare e quando mi resi conto che in caso di naufragio non sarei annegata, quantomeno non subito, mollai gli ormeggi e tornai a fare cose consone alle mia doti, aspirazioni, necessità.

Come le fettuccine.

A nuoto sono ancora una pippa. Ma pippa pippa. Così pippa che USI e sorelle mi perculano peggio che per come parcheggio eppure da due settimane a questa parte imposto la sveglia alle sette e mezzo di sabato mattina, ho scovato in cantina il costume Arena anni ’90, un borsone e un paio di cuffie e in quell’ambiente surriscaldato, umidiccio e ostile partecipo con Andrea alle lezioni di baby nuoto.

Lui è sereno, a suo agio, sorride e sgambetta io fatico tanto da rimpiangere tutù, chignon e coroncine ma un figlio cambia le tue aspirazioni, le tue priorità. Le doti, beh no. A nuoto sarò sempre una schiappa, ora sono una schiappa felice.

Jpeg

Primo

Sei nato nel mio cuore più o meno quattro anni prima che nascessi nella mia pancia. Sei nato nei miei pensieri, nelle mie speranze. Nei sogni, soprattutto.

E di sogno saprai sempre, per me. Ne avrai l’odore, il sapore, la consistenza. Mi lascerai sempre addosso la meravigliosa sensazione del fantastico, la scia luccicante che resta nel dormiveglia. Scenderai sempre con grazia e prepotenza nei miei respiri, nei battiti.

Sei stato la mia sfida più grande, sei la vittoria più bella. Sei l’impossibile che poi, guarda un po’, si palesa, si tocca. Si vive.

Auguri, cuore mio. A quello che sei, a quello che sono diventata io, solo grazie a te.

 

 

I grilli per la testa e lo Zecchino d’oro

Nove mattine su dieci mi sveglio con in testa una canzoncina dello Zecchino d’oro (e iiiio che sono Carletto, l’ho faatta nel leetto, l’ho faatta nel leetto!) una smisurata voglia di cioccolata, pochissima di vivere.

Quando riesco a dormire per più di quattro o cinque ore di fila, sei o sette in tutto, la situazione è grave ma non disperata. Dopo il secondo caffè potrei addirittura abbozzare un sorriso, fingere uno stadio di vigilanza socievolmente accettabile, ignorare il torpore degli arti e la nebbia cerebrale.

Quando invece Andrea si sveglia più spesso, concedendomi al massimo quattro o cinque ore totali di riposo brutalmente maltrattato ad alzarsi, lavarsi, vestirsi e uscire per andare a lavorare non sono io. E’ la mia ombra.

Mi somiglia molto, lavora per tenermi in vita evitando, per esempio, che per disattenzione io finisca sotto i binari della , svolge meccanicamente ma non troppo meticolosamente i compiti che mi vengono assegnati.

Funziona così da undici mesi.

E’ questo uno dei motivi per cui tentenno davanti alla possibilità di un secondo transfert.

L’altro sono i soldi, in particolare le finanze a lungo termine, legate a doppio filo alla possibilità che una seconda eventuale gravidanza non mi venga perdonata e che possa perdere il lavoro. Perché per quanto la mia azienda sia a misura d’uomo, per quanto piena di splendide donne, mamme, lavoratrici indefesse che conciliano con gran fatica e molta modestia lavoro e famiglia, siamo in Italia e queste cose, semplicemente, succedono.

Stamattina ero leggermente in anticipo, l’ho fissato per un po’ più di tempo mentre dormiva. Di fronte a tanta perfezione qualche barriera mentale è caduta. Dopotutto è quasi un dovere per me, che mi sono sentita un ramo secco per così tanto tempo, sfruttare l’enorme possibilità di dare la vita, ancora.

 

 

Un marine in reggicalze

L’eroina e la carciofara

Io e la mia carriera ci siamo scambiate un segno di pace. Dopo otto mesi dal mio traballante rientro dalla maternità ho smesso di racimolare briciole e collezionare frustrazioni e sono stata assegnata a un progetto più importante del precedente e con maggiori responsabilità.

Che questo attestato di stima sia arrivato nella fase disturbi del sonno e ipercinesi con conseguente stress da ipervigilanza e sorci verdi non ha importanza.

O forse no.

Perché come avviene sempre in questi casi oscillo tra deliri di onnipotenza da eroina contemporanea e certezze di fallimento da piccola fiammiferaia.

Ce la posso fare. Ho le risorse, le energie, le capacità e la proverbiale caparbietà di un mulo da soma.

Non ce la posso fare. Non ce l’avrei fatta comunque. Figuriamoci adesso, con cinque (quando va bene) ore di sonno all’attivo e altrettante ore di maratone ricurve giornaliere, ombra di un moschettiere sgambettante.

Collega Enne, mai avara di complimenti, mi ha definita un marine in reggicalze. Forse così appaio, magari è quel che sono davvero, al momento, però, mi sento più una carciofara. 

Il tigrotto e la punk

Questo lungo limbo mi ha costretta a molte sfide ma non ho mai avvertito l’impellenza di dover dimostrare di essere la stessa di prima e non perché non sia cambiata, anzi. A conti fatti, però, che la maternità ci metta o meno lo zampino poco importa, nessuno è immune al cambiamento, nessuno può mai dirsi sempre uguale a se stesso. La metamorfosi è costante, inevitabile, spesso benevola e insindacabile.

Parlo ancora di sesso e amore, rossetti, scarpe e capelli, fitness, vacanze e soldi con amici colleghi e parenti. E poi spammo le foto di Andrea vestito da tigrotto perché la maternità non cambia il tuo concetto di divertimento, lo amplia (e poi perché, diavolo, conciato così era proprio adorabile).

Vesto in tacco 12 solo nelle intenzioni. La comodità è l’unico imperativo perseguibile e mentre cumuli di scarpe da femme fatale ammuffiscono in scatole logore nell’attesa di un riscatto, io mi adeguo e acquisto tronchetti borchiati, stringate con zip, mocassini lucidi con frange perché sono una mamma, sì, ma sono pure un cazzo di marine e da qualche parte quest’aggressività deve pur trovare adeguata rappresentazione.

Mi impongo di non esagerare, come già accaduto in passato durante quello che definiremo il lungo periodo dei pois. Se non altro per zittire collega Esse oramai convinto che dietro quella candida aria da Charlotte York si celi una punkettona dark avvezza a giochetti sadomaso.

Porthos e Aramis

Athos, il mio nobile moschettiere coraggioso, sta per compiere undici mesi. E il tempo mi sfugge dalle mani, è l’orologio liquefatto del quadro di Dalì. Nei miei ricordi Andrea è nato ieri, eppure ieri è lontanissimo. Dicono sia questo che si prova quando si vive. Quando si vive e basta, intendo. Senza attese e tempi morti, senza vuoti, senza dolore.

Di vivere così non voglio smettere. Sarà per questo che un pensiero lontano, una speranza sottile, un’intenzione non meglio collocata nello spazio e nel tempo, sta prendendo forma, sta diventando desiderio poi progetto poi pianificazione e azione.

Sto parlando di loro due. Degli altri due.

Porthos, Aramis.

Potenziale di vita nel regno di ghiaccio.

Durante la visita di routine di settembre scorso, D’Artagnan si è detto pronto. Anche il mio corpo, a quanto emerso, lo è.

Manco solo io.

Che oscillo tra l’eroina e la carciofara.

 

 

Numeri e fivette

Sono un’appassionata di fotografia con l’ambizione di diventare qualcosa di meglio di una che sa cosa fare quando un turista le chiede di scattargli un ricordo. Non ho mai decentrato un soggetto, messo in secondo piano un monumento ne mozzato teste. Qualche volta ho osato un po’ di più. Prima di Andrea ci sono stati scatti facili in luoghi meravigliosi, scatti fortunati, scatti accademici e qualcuno bello, bello e basta. Sono finiti su Flickr e su una cornice digitale che con buonapace dell’ora di riposo che mi ero ripromessa di concedermi ho deciso, qualche giorno fa, di sistemare.

Mi è passato davanti un bel pezzo di vita. La parte vissuta in sospeso, nell’attesa snervante di un test positivo, tra un ciclo ormonale e l’altro, tra uno spermiogramma e un’operazione. La parte buia e traballante. Quella che, però, mi ha reso la persona che sono. Migliore, più forte, più io.

Mentre selezionavo quelle immagini bellissime e (spesso) sofferte mi sono resa conto di aver fatto tanto dentro quel pozzo oscuro e stagnante in cui era finita la mia quotidianità. Ho esorcizzato le mie paure scrivendo, scattando e per quanto possibile, viaggiando.

Faccio molto meno cose, ora. Ho molto meno tempo (per fortuna!) e anche meno estro perché, che piaccia o no, è vero quel che si dice riguardo la sofferenza e la creatività. Quando sei nella merda vivi male ma rendi meglio. La tristezza è uno stimolo per artisti, scrittori e cantastorie come me.

Quello che non ho mai smesso di fare è sostenere, diffondere, divulgare la mia storia e quella di tutte le meravigliose ricercatrici che l’hanno vissuta con me.

Era il terzo pt ed io ero confinata tra le 4 mura bianche della mia camera da letto, in un giugno caldo carico di incertezze e speranze, quando Anna mi chiese di scrivere ancora. Risposi all’appello da bravo soldato e con sincero entusiasmo. Quelle due pagine di word sono ora parte di un libro (un libro, cioè!) che lei e la sua compare Nicole hanno avuto il coraggio, la forza e la tenacia di pubblicare. Si chiama Do i numeri perché cerco te. Storie vere di procreazione assistita, infertilità, maternità e amore ed è zeppo di belle speranze, vicinanza, affetto e, soprattutto, condivisione. Perché l’infertilità è spesso sinonimo di solitudine e un’esperienza condivisa ha l’effetto salvifico e rassicurante di un ciclo intero di psicanalisi co’ uno bravo.

Poi c’è SiRvia, nata bimba o bottiglia di vino, di sicuro non assorbente. SiRvia, la sua pazza gioia di vivere e i nostri pigiami su Uazzap. La sua compagna d’avventura si chiama Simona e disegna cose. Cose bellissime. In mezzo a queste cose c’è caduta una cicogna. Non nidifica sui tetti e non porta bimbi belli e fatti in enormi fazzoletti. Ce li ha nella provetta. Hanno la forma dei sogni, sanno di zucchero filato e cose impossibili, come gli asini che volano. SiRvia e Simona hanno creato una favola illustrata. La favola di chi nasce in FIVET. La favola che io racconterò ad Athos, il mio miracolo di scienza, il mio granello di mondo e felicità. La campagna di crowfunding che finanzierà la stampa di questa fiaba postmoderna scadrà a fine anno (e sì, io me ne potevo pure ricorda’ prima di sponsorizzarla qua ma vabbè) quindi affrettatevi, gente!

Potete assaggiare la meraviglia qui.

Ho sposato il credo della condivisione da quando il mio vecchio blog mi ha fornito gli strumenti pratici e il bagaglio sentimentale ed esperienziale necessario ad affrontare l’accidentato percorso della PMA. Mi sono sentita meno sola. Loro due e molte altre donne meravigliose mi hanno tenuta per mano, più o meno consapevolmente. Continuano a farlo tutti i giorni, con me e con voi che magari state ancora combattendo, sperando, aspettando. Questi libri sono speranza, magia. Augurio e dedica.

Dall’ansia di perdersi la certezza di aversi

Ho sempre desiderato essere madre. In tenera età, quando non conoscevo la meccanica della riproduzione e gli atroci dolori del parto, la maternità mi appariva semplice, meravigliosa, naturale. Un mondo ovattato al profumo di talco. Mi chiedevo quale celestiale sensazione si provasse nel passarsi sul cuore un cucciolo d’uomo fatto da tetutto tuo.

Il desiderio non si affievolì (non del tutto, almeno) neppure quando il nostro maestro di inglese delle elementari ci illustrò la cruda realtà. Accadde durante la scena di un film in lingua di cui capimmo poco, se non che mettere al mondo un figlio era doloroso, brutale, antiestetico. Io, che a manco 7 anni già procrastinavo i cattivi pensieri, mi limitai a rimandare a data da destinarsi quella paura barbara e ancestrale. “Per quando sarò grande  – dissi al mio mini alter ego di allora – avranno trovato una soluzione per non farmi provare dolore“. Piccola ottimista spregiudicata. E illusa.

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Col passare del tempo quel mondo misterioso divenne lontano. Un progetto distante seppur sempre presente . Un bisogno accantonato, sonnecchiante, recluso in un piccolo angolo della mia psiche, lo stesso dove campeggiano tutti quei sarò.

C’è stata l’adolescenza, gli amori, l’università, i viaggi, il lavoro. C’è stata tanta vita veloce e sfuggente.

Poi tutto è tornato. Prepotente.

E quel desiderio è rimasto tale per quattro, lunghissimi anni.

C’è voluta forza, pazienza, determinazione cieca e ostinata. Ci sono voluti tanti soldi, tantissimi pianti, qualche battuta d’arresto ma alla fine Andrea è arrivato. Ha percorso una strada tutta sua ed io l’ho percorsa con lui.

Non è mai stato semplice. Non mi ha risparmiato nottate in bianco, febbroni da cavallo, zuccate sul pavimento, pianti inconsolabili e corse al pronto soccorso.

Ma è stato meraviglioso.

Perché in fondo quando attraversi l’inferno e convivi con la paura di dover accettare il vuoto di un’assenza che non si è mai fatta presenza una nottata in bianco ti sembra poca cosa.

In qualche modo, insomma, il cerchio si è chiuso. La maternità non mi ha delusa. Quando lui mi dorme sul cuore io rubo un angolo di paradiso.