Il C factor

Non è cambiato di una birgola al contrario di me, visibilmente provata dalla maternità e da tutti i suoi precedenti.

Forse ha guadagnato qualche punto empatia, invariata la proverbiale schiettezza (per fortuna). Non ha indietreggiato di un millimetro davanti a me, una pazza manipolatrice maniaca del controllo che s’è presentata con un faldone d’analisi, teorie strampalate, dubbi insinuanti.

Conoscevo, in realtà, le risposte. Tutte.

Il protocollo che mi ha fatto seguire il buon D’Artagnan era giusto. A endometrio pronto e a partire dalla prima dose di progesterone non è più necessario il controllo ecografico.

La blastocisti in sesta giornata non ha niente di diverso, in termini di qualità, della blastocisti congelata in quinta. La riproduzione cellulare, per quanto incredibile possa sembrare, non ha tempi matematici, fissi, standardizzati. Varia, come variano le reazioni dei corpi ad una stessa terapia.

In ogni caso la qualità di un embrione si scopre a cose fatte. Se attecchisce e prolifica allora vuol dire che è buono, sennò non si evolve o manco s’attacca. Che a pensarci bene sta risposta è graziarcazzo ma insomma, pare che le cose siano proprio così.

Spronata dal tono colloquiale che aveva assunto a quel punto la conversazione mi sono permessa di avanzare l’unica teoria valida in tutti gli ambiti e in sæcula sæculorum, l’unica incontrovertibile verità: è questione di culo. 

Non sono stata smentita, infatti.

Torneremo in pista, sì. Con calma e poche, pochissime aspettative. Il Glagiale ha preteso una nuova curva glicemica per valutare l’eventuale terapia farmacologica. Al terzo giorno del prossimo ciclo, se l’endometrio è piatto come la terra vista dai complottisti potremmo ricominciare.

Sceglieremo un protocollo smart, lo stesso seguito per il primo transfer, poco carico, rilassato, su ciclo spontaneo.

Nel frattempo a 9 giorni dall’interruzione della terapia il ciclo sta iniziando. Un po’ di spotting ieri sera poi il bianco. L’endometrio infatti è ancora spesso. Lui, porello, non s’arrende all’evidenza di un utero vuoto, io ci sto quasi facendo l’idea. Non piango dietro i Rayban mentre la mi riporta a casa da due giorni, forse tre. Aspetto la primavera come due anni fa. Quando finalmente arrivò. Accolgo i segnali dell’universo con lo stupore e l’entusiasmo di una ragazzina.

Su una mensola dello studio del dottore, tra faldoni e manuali, c’era Parole Fertili.

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La fase dei perché

Ho sempre saputo che per avere un figlio avrei dovuto ricorrere alla fecondazione in vitro. Un presagio ancestrale e pauroso, lo spettro dell’infertilità, si è messo a perseguitarmi con puntualità e costanza già dopo i primi sei mesi di tentativi a vuoto. Tanto che qualcuno mi ha persino accusata di essermela cercata, per la legge gravitazionale della sfiga o dell’attrazione universale, fate vobis.

In fondo al cuore campeggiava una certezza granitica, accompagnata dal rifiuto categorico e ostinato a cedere alle lusinghe dell’ottimismo dei molti medici che mi hanno visitata, negli anni.

Erano solo superbi, per me. E spregiudicati. Nessuno, nemmeno Dio, avrebbe potuto garantirmi una gravidanza naturale. Figuriamoci loro, con le loro frasi fatte sulla gioventù e la speranza, con i non ci devi pensare e quando meno te l’aspetti vedrai che.

No, io sapevo che non sarebbe andata così. E infatti non ho visto niente, per quatto anni.

Fino al 22 giugno 2016. Fino alla seconda linea rosa. Fino alla FIVET.

E sarà per questo che ho iniziato erroneamente a conferire alla PMA un’aurea di infallibilità. L’ho fatto senza rendermene conto, all’insaputa della sfera della ragione, dove albergano i censori dei sogni, gli allert e gli spoiler. L’ho fatto perché essere mamma al primo tentativo è un po’ come essere Superman. Non ti pare vero ma poi inizi a sentirti invincibile.

Per questo sono incazzata con me stessa. Perché sebbene spesso accada il contrario, non è possibile escludere che il secondo tentativo vada a puttane dopo aver già vinto. Perché sei infertile, ancora, sempre. E devi lottare, ancora. Sempre.

Un po’, lo ammetto, me ne ero dimenticata.

E allora è successo che passata la fase dell’autocommiserazione è iniziata quella dei perché.

Sì, lo so, la botta di culo, la sfiga, il caso, Saturno contro, Satana.

Magari s’è trattato solo di quello. Magari Porthos non ce l’avrebbe fatta comunque.

O forse quelle domande di Sboccaccio così insistenti, pressanti, celavano una ragione, una preoccupazione che, certo, in fase di transfer non m’avrebbe confessato mai. Forse dal 21 al 26 avrei dovuto fare un altro monitoraggio, che 5 giorni sono tanti. Che in 5 giorni, magari, qualcosa può cambiare. Forse non ero più tanto pronta e abbiamo sbagliato i tempi. Che sono tutto in PMA.

Non sono un’ingenua. So che cerco ragioni dove la ragione, semplicemente, non c’è. Quest’ansia antifatalista, questo tentativo di spiegare tutto, anche l’inspiegabile, è solo una fase, magari. Tipo quelle del lutto, passerà.

Intanto però voglio dissipare i miei dubbi, quel cruccio. Non voglio lasciare niente di intentato. Voglio chiedere, protocolli (vecchio e nuovo) alla mano, se quella differenza può aver fatto la differenza. Voglio sapere se ho fatto bene a prepararmi al transfer con D’Artagnan e non con loro, i medici della clinica, come invece feci la volta scorsa. Quando le cose andarono bene.

Non è mancanza di fiducia è necessità di scoperta. Valutazione.

Perché c’è ancora Aramis nel regno di ghiaccio e non posso, prima di prendere una decisione sul da farsi, soprassedere, far finta che questo dubbio, questa sensazione strisciante che qualcosa non sia stato fatto a dovere, passi in cavalleria.

Devo essere sicura che la prossima volta possa amputare tutto solo al caso e non anche al caso.

È per questo che ho preso appuntamento in clinica per un colloquio.

Si è padroni del proprio destino solo quando si fa tutto il possibile. E per i miei figli sono pronta a sfidare pure l’impossibile.

Lo zero virgola

Ho tenuto gli occhi fissi sul monitor in tutto, forse, un paio di secondi. Il tempo necessario perché la violenza di quel numero non facesse troppo male.

Nonostante non nutrissi troppe aspettative, ero incredula. E mi sono arrabbiata, per questo. Per aver coltivato speranza.

Il dolore è arrivato. Comunque. Qualcosa che non provavo da un po’.

Sono già madre e conosco le statistiche. Non avrei mai immaginato sarebbe stato così difficile gestire la fitta allo stomaco, il senso di oppressione. Reagire al morso impietoso di un negativo.

Porthos non c’è.

 

La blastocisti di Schrödinger

Disclaimer:

Ho molto tempo per pensare e questa condizione nel post transfer NON giova affatto al mio aequilibrium psicofisico, ma tant’è.

Fine disclaimer.

Prendete un gatto chiuso in una scatola d’acciaio. Nella scatola d’acciaio c’è un meccanismo, a seconda che siano o meno soddisfatte determinate condizioni  il meccanismo può o non può azionare l’emissione di un veleno. La povera bestiola ha pari possibilità di vivere o morire. Nessuno, dall’esterno, può sapere se il gatto è realmente vivo o morto fin quando non decide di aprire la scatola. Solo allora la sovrapposizione di stati (vivo e morto) si risolverà, in un modo o nell’altro. Insomma, l’osservazione determina il risultato dell’osservazione stessa.

Il paradosso del gatto di Schrödinger è un esperimento mentale ideato da tale Erwin Schrödinger nel 1935 con lo scopo di illustrare il principio di incertezza della meccanica quantistica, un’idea in base alla quale è l’osservatore, al momento di effettuare un rilevazione, a determinare le caratteristiche della particella esaminata.

Se ci pensate bene (ma manco tanto, dai)  questo esperimento (per fortuna solo mentale, nessun gatto è stato maltrattato) è paurosamente affine al pittì.

Dove l’utero è la scatola d’acciaio, il gatto è l’embrione (Porthos, core de mammà, nun t’ofenne, ricorda che io, sempre io, ho confuso il primo movimento fetale percepito di tuo fratello per una scoreggia. Tutto sommato t’ha detto culo, stacce) e poi c’è quel meccanismo, il fattore x (ma chiamiamolo pure zella) che può o non può (e speriamo non possa, mai) mandare tutto a cagher. Infine le beta, il momento della verità o dell’osservazione che la determina (se volete fa’ i pignoli).

Okkei, tutte le donne in cerca di un figlio vivono, mese per mese, una situazione simile ma nel pittì, in quel limbo esistenziale che però somiglia tanto a un girone infernale, la situazione è un po’ diversa, estrema, spinta.

Sì perché nel pittì in utero qualcosa c’è davvero e il guaio è che noi lo sappiamo. Non è solo speranza che qualcosa sia successo perché qualcosa è già successo. Qualche step è stato già superato. Soldatino e ovulo si sono incontrati (cioè, li hanno fatti incontrare), hanno copulato (cioè li hanno fatti copulare), hanno avviato una primordiale riproduzione cellulare (questo ce l’avranno fatta a fallo da soli, no?) e sono stati traghettati in un nido già pronto, coi confort, l’hostess che c’ha tutto quel che vuoi, il posto finestrino e fuori come va (ah ah aaah). L’unica cosa che resta da fare è trovare un posto tranquillo, lontano dalle tube e magari pure dal collo dell’utero, piantarci le chiappe e restarci per 38 settimane, giorno più giorno meno.

Nel pittì siamo incinte e non siamo incinte. Non è un esperimento mentale, è reale. Un reale, pauroso, paradosso (ma chiamiamola pure tortura).

Nella vita dell’infertile durante il pittì arriva sempre il giorno in cui quelle poche, inadeguate difese erette contro i cattivi pensieri, i fantasintomi, Google, AlFemminile e le percentuali di successo del criotransfer cadono miseramente (sì, per chi se lo sta chiedendo, succede pure al secondo giro e persino dopo un positivo, una gravidanza e un figlio). Per me quell’orribile giorno è il 7pt, oggi.

Oggi, sebbene io non abbia scoperchiato la scatola, sebbene non abbia osservato un bel niente, sebbene conscia che i sintomi sono tutto e sono niente, per me l’esito è noto ed è triste.

Oggi ho troppo tempo per pensare. Oggi voglio solo guardare nella scatola.

 

Porthos, il fanfarone forzuto

Non conosco la classe di miei moschettieri. Non conoscevo quella di Andrea, quando era solo Athos e non conosco quella di Porthos, che dalle undici e un quarto di sabato 26 vaga nel mio utero in cerca di approdo. I medici non me l’hanno mai detta, io non l’ho mai chiesta. Per scaramanzia, forse o per evitare inutili condizionamenti. Sicuramente perché l’idea di classificare quelli che un giorno sarebbero potuti diventare i miei figli mi inorridiva e mi inorridisce.

Quando sei una fivettara recidiva, però, il confronto è inevitabile. Striscia silenzioso nel subconscio, pressa in superficie finché rompe il muro di ghiaccio (e pure la palle) e popola la sfera dell’irrazionale, dell’assurdo. Scatenando paranoie. Uguali e per confronto diverse, non meno insidiose di quelle che due anni e mezzo fa mi toglievano il sonno.

Andrea mi ha reso la vita ardua da molto prima che nascesse. Ci sono stati rinvii necessari, altri incredibili, un transfer difficile ma poi, lui, nonostante i segnali scoraggianti del mio corpo (tette sgonfie, panza pure, temperatura basale a picco al 7 pt) mi ha sorpresa, è rimasto. Tenace, inaspettato, insperato.

Stavolta, invece, è andato tutto bene. Il follicolo in espansione s’è fermato, l’endometrio è cresciuto, il transfert è durato in tutto 5 minuti e per mano pensatempo‘ di Sboccaccio, il guru delle vagine fallate, lo stesso che quasi tre anni fa mi ha presa per un braccio, mi ha detto hai sbagliato tutto, mi ha spinta ad insistere, scavare, approfondire e ha trovato, finalmente, non una ma tre (tre!) cause di infertilità.

Ho in mano la stessa cartellina con la foto dentro. Uno dei pochi (forse l’unico) vantaggio della PMA è il privilegio di spiare la vita che nasce prima ancora che venga riconosciuta come tale dai canali ufficiali. Andrea era una mandala tonda e regolare, un universo solo potenziale ma definito e pacifico. Porthos mi pare più sbilenco, irregolare, irriverente, anarchico. Del resto è il più fanfarone della cricca.

Chi lo sa se conta qualcosa. Chi lo sa se è meglio o peggio. Chi lo sa se da una foto è già possibile capire, prevedere.

Sono meno tesa, googolo lo stretto necessario, ignoro quei sintomi che dicono tutto e niente, ci passo sopra come si fa col mal di testa. C’è una frase, però, che mi tormenta. Una domanda di Sboccaccio. Mentre ero a gambe all’aria ha preteso gli dicessi il giorno, le dosi e la frequenza con cui sto assumendo il Progeffik e di fronte alla mia incertezza sulla data di inizio ha insistito perché compissi uno sforzo di memoria e gli rispondessi con la maggior precisione possibile.

Non ho chiesto il motivo di quella premura, sarebbe servito a poco, a cose fatte. Ma non c’ho visto nulla di buono e adesso, al 3pt, con l’addome gonfio, i sintomi di una PMS perenne, le altalene emozionali e troppo tempo per pensare, preferirei averlo fatto.

Il confronto è inevitabile. La paranoia, pure.

L’arrendevolezza riottosa e il follicolo fuori sincrono

E’ arrivato puntuale il 9 mattina, preceduto dal solito spotting la sera precedente e per quanto fossi preparata, quella previsione certosina fattasi certezza mi ha colto di sorpresa o, a voler essere proprio sincera, mi ha risvegliata dal torpore che di solito indosso in casi come questo, quando le attese mi sfiancano, le sfide diventano mostri e le energie mi paiono inadeguate per qualità e quantità.

L’ho chiamato di buon mattino e mi ha dato appuntamento a oggi, sesto giorno di ciclo, per il primo monitoraggio. Così, facendo appello a tutta la buona volontà dello scalatore indefesso che mette un piede avanti l’altro con muta ostinazione in attesa della vetta, ho messo i piedi fuori dal letto al primo trillo della sveglia mentre marito e figlio dormivano beati, coccolati dal torpore dei loro corpi letargici.

Succede sempre in giorni come questo che a un certo momento io perda il senno, la pazienza, la motivazione. Di solito ma non è regola certa, avviene su un tram. Mio nonno usava dire, in momenti che ho supposto simili, che era stufo stanco, come a voler rafforzare la differenza tra due termini affini che, usati in combo, conferivano maggiore gravità alla sua condizione dimostrando, tra l’altro, una proprietà di linguaggio inusuale per uno che si era fermato alla terza elementare.

Ecco, sono stufa e stanca pure io. Stufa di annichilirmi buttata su tram, bus, metrò, stufa delle distanze, dei sacrifici, delle attese, dell’incertezza, stufa di spendere soldi, assottigliare il conto in banca per farmi cacciare il sangue, faticare per avere la possibilità di qualcosa che a tutti arriva per divertimento, per godimento addirittura! Stanca per il sonno mancato, per le ore di lavoro che inflessibili, mi attendono. Stanca col fisico, stufa con la testa.

Tutte le volte che mi succede, questo rigurgito distorto di coscienza di classe si tramuta in pensiero, quindi in proposito. Basta, non faccio più niente. Basta, non voglio più.

Credevo che la seconda volta sarei stata indenne a stati d’animo simili. Mi sbagliavo.

Ho citofonato di malumore, poi mi sono adattata agli eventi concedendo giusto un sorriso abbozzato alla dottoressa del prelievo, all’adorabile segretaria e a lui, D’Artagnan, che m’ha riservato la stanzetta più piccola, quella delle eco3d, quella dove ho visto per la prima volta il viso di Andrea, quella senza paravento ed è entrato, con invidiabile tempismo, proprio mentre mi calavo le mutande.

Forte del nostro rapporto ormai confidenziale, per nulla imbarazzata mi sono accomodata sul lettino.

Non mi aspettavo niente.

La buona notizia è che l’endometrio è a 5, la cattiva è un’ovulazione fuori sincrono. Se sia troppo avanti o troppo indietro, onestamente, non l’ho capito e manco ho capito il motivo per cui un follicolo intraprendente o magari troppo pigro potrebbe essere d’intralcio per un transfert. Sul mio apparato riproduttivo, nonostante le mie smanie dittatoriali, è D’Artagnan che comanda. Si impone con una risolutezza garbata ma fermissima. Mi disarma e mi costringe all’obbedienza.

Aspettiamo le analisi, oggi pomeriggio. In base ai risultati decideremo se andare avanti o interrompere e rimandare tutto al prossimo mese.

Non sono nuova ai rinvii, anzi, ho imparato a gestirli e prima ancora ad accettarli ma non ho saputo trattenere un melanconico eh no, che palle! accolto con un sorriso paziente e quella solita, paterna pacca sulle spalle.

Pronti, ripartenza, via

Non ho contratto nessuna malattia infettiva da virus esotici (che a ragion veduta sarebbe stato difficile visto che il posto più esotico visitato nel 2018 è stato un paesino della riviera abbruzzese e il cibo più a rischio il sushi pronto della PAM).

Le perdite ematiche intermestruali sono state causate da una banale piaghetta da parto di cui, tra l’altro, eravamo a conoscenza e che sotto stress può fare questi scherzi.

E’, persino, spaurito lo spauracchio del problema al seno, una paura immotivata, sì ma radicata nella consapevolezza di essere stata inadempiente nei miei sacrosanti doveri di prevenzione (traduco: non facevo un’eco al seno da DUE anni e MEZZO).

Insomma, sto bene.

Niente dalle analisi del sangue (se non la solita omocisteina appena sopra i livelli di guardia), niente dal paptest, dall’eco al seno e dall’isteroscopia che fino alla fine ero decisa a voler sabotare trincerandomi dietro motivazioni infantili e pseudoscientifiche tipo ma fa male e poi dai, non serve!

Alla veneranda età di antaniquattro anni ho usato per la prima volta la pillola anticoncezionale che, immaginerete, per noi ricercatrici è tipo l’anticristo in sintesi chimica. Ma da brava ragazza non ho voluto indagare sulle ragioni per cui io, alla ricerca dell’erede-bis, avrei dovuto interrompere il mio inefficace ma pur sempre naturale ciclo fertile in attesa del prossimo mestruo che darà (speriamo) ufficialmente il via alle danze. Mi sono limitata ad annuire ed eseguire.

L’ho interrotta due giorni fa e secondo i calcoli di D’Artagnan, un vero esperto nella matematica della riproduzione, il ciclo indotto dovrebbe arrivare domani, 9 gennaio.

Il resto è storia già vista.

Estrogeni, estrogeni, estrogeni, cardioaspirina, acido folico a grappoli, vitamine b6, 12, 18, 24 e poi dosaggi, monitoraggi, progesterone e… l’ho detto estrogeni?

E’ spaventoso ricominciare. Spaventoso e stimolante. Spaventoso e incredibilmente familiare.

Come la sala d’attesa del Fatebenefratelli e il Tevere alle 7 del mattino. Come i pensieri che coccolano speranze, l’8 che mi riporta al lavoro e il suo numero, in rubrica, tra i primi della lista.

Non sono pronta, nessuno lo è mai. Non sarei pronta nemmeno se questo bambino arrivasse, per miracolo di scienza o di fede, sotto le lenzuola. Ma non mi arrendo, stavolta. Non mollo la presa, almeno non io. Il destino poi deciderà per se.

E per me.